Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 1 (ep. 1)

Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 1 (ep. 1)

Wyrd Prime’s Journey vuole essere un racconto in chiave romanzata ambientato all’interno dell’universo di Star Citizen, il quale spero possa coinvolgervi in una storia legata a sentimenti di amicizia, odio, cameratismo, rivalsa e vendetta. Oltre che a luoghi presenti concretamente nello space sim di Cloud Imperium Games.

Quello che andrete a leggere poco sotto è il primo episodio del primo capitolo di Wyrd Prime’s Journey. Il quale ripercorre le vicende di un adolescente e spensierato Wyrd, all’interno della propria colonia nel sistema VEGA.

Grazie per la vostra attenzione e buona lettura.
Matteo ‘Matteum Primo’ Sechi.”

Un altro giorno uguale agli altri. Mamma che mi diceva di sbrigarmi per andare a scuola. Il vociare della strada che raggiungeva la mia camera. E io che guardavo, ancora avvolto dalle coperte, il cielo blu dalla minuscola finestra rettangolare della mia stanzetta. O almeno immaginavo che quello fosse il cielo. A detta di mio padre, la caratteristica colorazione blu dello scudo protettivo della colonia era dovuta alla presenza di platino nel suolo e dei metodi per estrarlo. E, sempre secondo lui, assomigliava a quella del pianeta natio della razza umana nel Sistema Solare.

              Non siamo infatti sulla Terra, – si vedrà veramente dallo spazio come una specie di palla azzurra? Mi domandavo alle volte, sognando di abbandonare casa e di vederla un giorno con i miei occhi. Questa è la colonia di George Prime, la quale prende il nome dal proprio fondatore, orbitante VEGA IV nell’omonimo sistema.

              George Prime è stata diverso tempo fa, poco prima della mia nascita, un punto focale per l’estrazione del prezioso minerale; mamma e papà non fanno che discutere dei “bei tempi andati”. Che noia, pensavo sempre. Comunque, Dartos, mio padre, un bel giorno aveva deciso, insieme all’inseparabile amico Marcon, di lasciare i sicuri ormeggi di Port Olisar, nel vicino sistema di Crusader, per cercare fortuna. La colonia di George Prime all’epoca aveva bisogno di gente intraprendente e che non si faceva tanti problemi con i pericoli dello spazio, o tanto meno a estrarre minerale in caverne sconfinate. Così a poco a poco il mio vecchio, insieme al migliore amico e poi socio, aveva guadagnato un certo prestigio, ricevendo entrambi il titolo, più che altro onorifico verso il fondatore, di “Prime”, grazie alla scoperta di nuove vene, sempre più in profondità nella nostra luna e ricche di platino.
Ma la fortuna, si sa, va’ e viene e durante i soliti lavori di estrazione qualcosa era andato storto.

               Di quella giornata Dartos non ha voluto parlarmene mai. Anche con la mamma faceva fatica. Ma da quello che si vocifera ancora a mezza bocca nella colonia, egli aveva preteso di scavare in un punto instabile della miniera, vicino al condotto 7. Quasi subito dopo le prime estrazioni erano iniziati a precipitare via via sempre più pezzi di roccia, alcuni talmente grandi che lo scudo di contenimento aveva ceduto uccidendo quasi tutta la squadra ai suoi ordini.

                Dartos Prime, ormai quel titolo è usato come un mero dispregiativo, era riuscito solamente a salvare il proprio amico Marcon, il quale portava il medesimo appellativo. Ma né l’uno né l’altro erano più rimasti gli stessi dopo quell’incidente: Dartos si era chiuso in sé stesso, eliminando il lato spensierato che lo aveva sempre caratterizzato e fatto amare da mia madre; Marcon invece aveva perso ben di più, ovvero l’uso delle gambe e quasi quello del braccio destro, i quali erano rimasti entrambi incastrati sotto le macerie, oltre che una moglie che non era più interessata a restare con uno storpio, né a vivere nelle privazioni che arrivarono subito dopo. I creditori si fecero avanti come avvoltoi portando via ogni cosa – per via dell’azzardo di comprare onerosi macchinari e ingaggiare i migliori minatori dando fondo alle casse della compagnia – e nessuno voleva più lavorare per coloro che avevano anteposto i guadagni alla vita altrui. Oltretutto il crollo aveva compromesso la stabilità di una parte della luna dove era situato il quartiere residenziale di George Prime: i tempi delle grosse estrazioni di platino sembravano essere quindi conclusi.

                A diversi anni dall’accaduto, quando ne avevo compiuti ormai quattordici, gli edifici decadenti di George Prime accoglievano ancora pochi coraggiosi estrattori, mercanti di passaggio e qualche mercenario senza scrupoli.
<<Forza è tardi! Quante volte lo devo ripetere?>>, esclamò mia madre discostandomi dai miei pensieri. Rapido come non mai mi vestii e, precipitandomi verso quella familiare porta completamente arrugginita, raccolsi una dose di insipidi nutrienti liofilizzati dal tavolo di cucina, riservati ai più abbietti della colonia. Uscito in strada, nella piazza una volta dedicata ai Prime e ai loro discendenti, e ora in parte fatiscente, colma di spazzatura e di persone indaffarate, passai come di consueto accanto alle finestre di quella di Marcon. Quella casa, come la nostra, era ormai un decadente ricordo del passato: le pareti in lega leggera e platino mandavano bagliori e sfavillavano a tratti ai fasci di luce proiettati dai lampioni assumendo, a seconda di come le si guardava, una colorazione azzurrina derivata dallo scudo protettivo della colonia. Ai “bei tempi” doveva essere un vero spettacolo, invece adesso è solo un cumulo di ruggine che si regge a malapena in piedi, pensavo sempre.

             Ogni volta che passavo là vicino provavo una sorta di disagio, in quanto dalle finestre si levavano a intervalli gemiti di dolore o dei pianti, cosa che tuttavia non accadeva al momento; la sfortuna non aveva abbandonato l’amico di mio padre lasciandolo con una figlia sempre debole e malaticcia, partorita dalla donna che lo aveva ormai abbandonato. Tali pensieri venivano però presto accantonati quando alle mie narici arrivava il profumo delle frittelle della bancarella di Corteccia.

             Corteccia era uno dei pochissimi Banu che si vedevano nella colonia. Questa razza si spinge tutt’ora nei più remoti angoli dello spazio per commerciare, trattare ed effettuare scambi e solo raramente mette radici. Il nostro vecchio Banu era quindi una vera eccezione. Eccezione dal nome totalmente impronunciabile nella propria lingua, che  avevamo da tempo rinunciato a esprimerlo correttamente affibbiandogli quel nomignolo per via della pelle talmente rugosa e dalla colorazione marroncina, da non  poterlo che confondere come uno di quelli alberi visti negli olovid di scuola. Ad aspettarmi lì c’era tutti i giorni Jeff, mio migliore amico e compagno di avventure a George Prime.
Egli era una specie di inventore, o almeno così si definiva, e porgendomi un pezzo di frittella, la quale per metà era già finita nella propria bocca colma di pastella, esclamò come di consueto: <<Wyrd, guarda cosa ho inventato oggi! Dobbiamo andare a provarlo al vecchio porto>>.

             A quei tempi non chiedevo di meglio; la mia vita era felice, come quella di ogni adolescente. Ora? Ora nell’anno 2497 non esiste altro che uno spirito incontenibile di vendetta.

Wyrd Prime’s Journey continua…

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