Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 2

Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 2

A chi ci avesse visto per la prima volta, me e Jeff, saremo apparsi come gli opposti. Lui con una faccetta d’angioletto – oltre che le fattezze – che inteneriva tutti, dai tratti morbidi e contornata da una chioma lucente sempre scarmigliata. Occhi azzurri e un sorriso facile completavano il quadro e nascondevano il proprio spiccato acume. Io invece ero alto e con un fisico asciutto, ma non segaligno per la mia età. Con un naso piccolo ma a patata,  una mascella quasi squadrata, occhi nocciola e, del medesimo colore, capelli portati corti.

           Un più strano assortimento non poteva esserci. Ma nonostante le nostre differenze, eravamo molto affiatati e non passava minuto che non parlassimo dei nostri progetti futuri, anche quando, quel giorno, eravamo diretti verso il porto vecchio l’argomento era il medesimo: <<Non mi piace il sistema Crusader, Wyrd. Dovremmo andare direttamente a vedere la Terra!>> esclamò con tono lagnoso.
<<E con quale nave vuoi raggiungerla? Con la vecchia Evantos? Quella specie di rottame arriverebbe a malapena al Jump Point del sistema NUL>> dissi.
<<Ma no! Con la mia nuova invenzione potremmo ridare energia a una parte dell’astronave. Ci sono ancora le capsule di salvataggio integre. Basta andare lì, inserire le coordinate e farci una bella dormita>> mi porse lo strano oggetto, nel mentre che esprimeva le proprie speranze. Era di forma sferica, con una sorta uncino da una parte, il quale probabilmente sarebbe servito per interfacciarsi con la nave.
<<Certamente, Mister Jefferson! E magari rischiare di finire in qualche buco nero o nello spazio profondo per un errore di calcolo! Invece dobbiamo smontare solamente qualche altra parte da quel schifoso pezzo di ferraglia e venderlo al Banu al porto nuovo>>.  Scosse la testa, come sconsolato, guardandomi con gli occhi quasi socchiusi e la bocca tesa: era l’espressione che preannunciava una ramanzina verso i miei riguardi.
<<Quello è un imbroglione, non è certo come Corteccia. Il tuo ‘amicone’ non ha una nave tutta per te, si sta solo arricchendo alle tue spalle. E una volta che gli avrei dato anche i nostri pochi risparmi se la darà a gambe>>.
Fece una pausa per assaporare il momento: <<E poi che nave potrebbe darti per 300 crediti?! Neanche un’Aurora usata e con un motore mezzo distrutto la venderebbero a quella cifra, dico bene?>> mi domandò tutto tronfio per aver colto nel segno. Mi indispettiva sempre quando aveva ragione, o almeno in parte.

          Il ‘porto vecchio’ di George Prime, come lo definivano gli abitanti, si profilava ormai davanti a noi, con i propri container abbandonati, pezzi di astronavi lasciati a rovinarsi, e altre cianfrusaglie inutili accumulate lì nel corso degli anni, o scaricate appositamente per occultarle in vista di tempi migliori. Solo alcuni riflettori funzionavano ancora, e se non fosse stata per la luminosità dello scudo protettivo della colonia, non si sarebbe visto nient’altro che la gigantesca sagoma della Evantos stagliata contro VEGA IV.
Nonostante Jeff avesse tirato fuori una nota dolente, non sapeva quanto stavo per dirgli. La novità, che poi tanto non era, l’avevo appresa diversi mesi prima in una serata in cui i miei genitori stavano litigando, e mi ero ripromesso di svelargliela solo al momento prima della nostra partenza.
Quella sera non avevo potuto fare a meno di sentire le loro grida e incuriosito mi ero avvicinato fino ad alcuni passi dalla porta che dava allo studio di Dartos. Come avrei notato in seguito, mia madre e lui erano in piedi davanti a una scatole trapezioidale con la particolare scritta ‘ICR’, affiancata da due triangoli con il lato interno a forma di L e l’opposto più lungo degli altri due. Tra le voci e i mormorii sommessi avevo appreso che Dartos Prime e l’amico Marcon erano stati una volta mercenari e che avevano portato con sé una piccola fortuna da Port Olisar. Mia madre gli rinfacciava di non aver messo da parte nulla di quel patrimonio, intimandogli di vendere quella scatola per guadagnare qualcosa. Sempre più incuriosito mi ero spinto a guardare dallo spiragli della porta, vedendo loro e il particolare contenitore o qualsiasi cosa fosse, oltre che mio padre che arrivava spedito per cantarmene quattro.

         Jeff non amava l’azione. Era uno spirito riflessivo. E per questo avevo avuto paura di rivelargli subito la mia intenzione di diventare un mercenario e arricchirmi. Ma in gioventù si è impazienti e non sopportavo quell’espressione compiaciuta stampata sul volto di quel testone.
<<Caro Mister Jefferson>> dissi in tono canzonatorio. Quell’appellativo era uno dei pochi che gli faceva perdere le staffe, e vedendo che ciò avveniva fui io a sorridere prima di continuare: <<deve sapere che mio padre non è venuto da Port Olisar senza un credito. In quel sistema aveva fatto una piccola fortuna cacciando pirati e ogni genere di feccia, insieme all’amico Marcon. E grazie a ciò che sono riusciti a trovare e ingaggiare gli uomini e le attrezzatura per scavare nei punti migliori. E così, come loro, noi andremmo lì e diventeremo ric…>>
L’ultima parola mi si era strozzata in gola. La voglia di rivelare tutto ciò e dissipare i dubbi di Jeff mi aveva completamente assorto. Tomaz e la sua banda di leccaculo erano  nei pressi della Evantos a rubare i pezzi che avrebbero dovuto essere nostri. L’astronave di classe Zeus, ma modificata, apparteneva ai “Prime” quando la colonia era nel pieno del suo fulgore e serviva principalmente per rifornire i grandi cargo orbitanti che avrebbero poi trasportato il platino estratto nelle fabbriche di lavorazione.

         Quei pezzi erano come una parte della mia famiglia, ma ormai il rispetto di un tempo per quest’ultima si era dissolto e i rottami non attendevano altro che i primi sciacalli di passaggio.

Wyrd Prime’s Journey continua… [puntata precedente]

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