Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 4 (ep. 4)

Wyrd Prime’s Journey: Un altro giorno uguale agli altri – Parte 4 (ep. 4)

Gli anni trascorsi nella decadente, ma comunque sempre abbastanza frequentata, George Prime mi avevano permesso di riconoscere al primo sguardo i soliti abitudinari di passaggio, i pochi che vi stanziavano e chi invece metteva per la prima volta piede nella luna di VEGA IV. Tra le prime figure vi erano i signorotti che venivano a proporre i più disparati ingaggi, o quelli che volevano celare alle autorità quelli già in atto, i quali non mancavano di presentarsi con le proprie lussuose astronavi, né di sfoggiare i propri fastosi abiti – quanto mi sarebbe piaciuto essere uno di loro! Pensavo tra me e me quando li vedevo; poi vi erano i soliti mendicanti, disperati, ladruncoli, reietti e criminali che non attendevano altro che un passaggio verso un sistema solare più promettente, o che erano troppo poveri perfino per permettersi un tugurio. A seguire, gli immancabili mercenari, i quali spiccavano subito per le armi e armature modificate e adattate alla bisogna, nonché dalla costante ricerca di un ingaggio presso “l’imprenditore” di turno.

          La losca figura che aveva afferrato al collo Marcon non era tuttavia appartenente a nessuna di queste categorie, sebbene fosse evidente l’essere un forestiero: corazza e armi erano di ottima fattura, così come gli abiti e il braccio meccanico. Trasudava quasi un aspetto marziale, forse per via di una particolare sicurezza di sé, che non avevo mai riconosciuto negli individui di George Prime.

         La discussione tra i due si era accesa più che mai, e la distanza tra noi e loro non bastava più a celare le parole: <<Mi hai chiamato per un motivo, e adesso non vuoi dirmi dov’è nascosta?>>, aveva sbraitato l’energumeno, sempre con la mano stretta in una morsa nel collo di Marcon Prime.
<<Avevi promesso che avresti salvato prima mia figlia. È molto malata, portala via da qui per favore…>>, tali parole erano state seguite da un gemito: Marcon era infatti stato colpito da una ginocchiata.
<<Non me ne frega un cazzo della tua figlioletta, voglio sapere dov’è!!! ORA!>>
Marcon si era accasciato e aveva ricevuto una nuova ginocchiata, questa volta in pieno volto. Dopo aver ripreso fiato, con il setto nasale rotto e per questo la voce smorzata, aveva esclamato con fare supplichevole: <<È in casa, la tiene nello studio, dopo la sala da pranzo! Non so altro, ti prego… L’ho vista una volta quando sono andato a trovarlo, ma lui non mi ha fatto neanche accomodare. Gli avevo chiesto di affidarmela, era mia quanto sua, ci avrei fatto un po’ di soldi per le medicine di Lahnna. Invece no, mi ha scacciato come un appestato, maledetto Dartos!>>

         Mio padre, che ruolo aveva in tutto ciò? pensai dopo quelle amare parole. Ci trovavamo, io e Jeff, ancora nel vecchio arsenale, dietro la porta di uno dei magazzini che lo componevano, completamente assorti su quanto stava accadendo, quando si udì una sorta di verso strozzato alla nostra sinistra. Fino a quel momento, e grazie alla quasi completa oscurità, non avevo notato nessun altro nell’edifico, ma aguzzando lo sguardo verso quella direzione avevo scorto una ragazza: Lahnna la figlia di Marcon, aveva una delle proprie crisi di dolore e pallida e smunta com’era non poteva essere più pericolosa di uno scricciolo; cosa stava accadendo?

         Gli avvenimenti successivi li ricordo a tratti, come se fossero frammenti di un lontano passato che non voglio ricordare.
Era successo tutto rapidamente: il presunto mercenario dall’aspetto marziale aveva riso in faccia a Marcon dicendo che quello celato in casa della mia famiglia apparteneva solo a lui e gli aveva scaricato un raffica di proiettili in pieno stomaco, lasciandolo agonizzante. Come per magia erano spuntate subito dopo altre figure armate dietro l’energumeno con il mitra fumante e si erano dirette a gruppi verso la città, il porto nuovo e dove eravamo nascosti. Avevano negli occhi un che di omicida e non avevano battuto ciglio quando Marcon era stato colpito, quindi l’istinto mi aveva suggerito di scappare il più lontano possibile trascinandomi dietro Jeff, ma non potevo lasciare la ragazza alla mercé di quella gente.
<<Jeff, presto andiamocene!>> avevo esclamato, aggiungendo in un soffio: <<porta Lahnna con te e dirigiti alla Evantos, fai quello che mi hai suggerito e attiva le capsule. Io vado ad avvisare la gente nella colonia!>>
Jeff non riusciva a staccare gli occhi dal corpo di Marcon, ormai esanime, e ricordo per questo di avergli tirato un pugno, che lo avevo per fortuna riscosso.
Avevo poi spalancato la porta per essere ben visibile a quegli assassini e subito dopo avevo iniziato a correre nella direzione opposta a quella che avrebbe preso Jeff. Una valanga di proiettili era partita, ma nessuno di quei corpi metallici mi aveva neanche sfiorato, cosa che non riesco ancora a capacitarmi, e dopo una corsa a perdifiato con il gruppetto alle calcagna, ero riuscito tramite scorciatoie e la migliore conoscenza della zona a seminarli, arrivando tra i confini del porto vecchio e l’inizio dell’agglomerato di edifici della colonia.

        L’immagine della Evantos stagliata contro VEGA IV è ancora impressa nella mia mente, così come il fatto di diverse navi che arrivavano dallo spazio attraversando lo scudo, alcune delle quali erano già atterrate e stavano vomitando nuovi aggressori. Non ricordo se siano stati i primi spari degli scontri che avevano iniziato ad accendersi nella periferia di George Prime o l’essermi fatto coraggio, ma ad ogni modo, proseguii la mia corsa, ansimando, verso la piazza dei Prime e casa. Non saprò forse mai come, ma lo stesso individuo con il braccio meccanico che aveva ucciso Marcon era lì difronte a casa, insieme a un folto gruppo di uomini, alcuni dei quali per poco non mi scorsero prima di tuffarmi in un vicolo buio, ma in cui potevo udire e assistere a quanto stava per svolgersi.
Sulle prime non avevo notato che una figura femminile riversa a terra in una pozza di sangue, affianco a una specie di dispositivo di trasmissione con una antenna, ma ero stato subito distratto da Dartos che stava ritto in piedi, con fare spavaldo, tenendo in mano quella tanto discussa e strana scatola con la scritta “ICR”, con il mercenario che lo dileggiava.
<<Caro amico mio>> esordì con la sua voce profonda, <<quanto tempo è passato e nonostante ti abbia fatto il favore di renderti vedovo e di nuovo libero, non mi accogli come si deve a una vecchia conoscenza. Tsk, tsk, eppure abbiamo così poco tempo…>>
<<Sei venuto per questa no, Fortegh?>> Disse mio padre rimanendo impassibile e alludendo alla scatola. Il mio cuore era a mille perché ormai avevo realizzato che la donna morta e distesa a terra era mia madre; e una rabbia sempre più accecante stava crescendo dentro di me.
<<Non aggiungi altro?! Nessun insulto?! Allora facciamola finita e non perdiamo altro tempo, dammi ciò che è mio. Altrimenti andrò a cercare quel frocetto di tuo figlio e lo giustizierò davanti ai tuoi occhi, come un ladro qual è suo padre. Quella cassetta di sicurezza e il suo contenuto appartengono a me, e solo il piacere di riaverla potrà appianare gli anni che ho passato alla sua ricerca… Sai è stato proprio il tuo compare Marcon a tradirti: mi ha svelato lui che vi eravate nascosti qui, dopo Port Olisar e tu-sai-cosa>>.
Accecato ormai dalla rabbia, mi ricordo di aver afferrato un oggetto pesante, forse una sbarra, e di aver corso in direzione di Fortegh per spaccargliela in testa. In quel medesimo istante avevo notato un tatuaggio sulla sua nuca che corrispondeva esattamente alla scritta impressa nella scatola in mano a Dartos. Ma arrivatogli a pochi passi, uno degli scagnozzi lì presenti mi aveva scorto e stava per freddarmi. Mio padre aveva approfittato del momento di scompiglio per tirare con forza la scatola in direzione dello scagnozzo, sbilanciandolo, e saltare subito dopo addosso al ‘vecchio conoscente’ buttandolo a terra, gridandomi al contempo di scappare.
Non volevo abbandonarlo, ma ero solo un ragazzo la cui esistenza era stata completamente sconvolta, e correndo ancora una volta in direzione del porto vecchio di George Prime, sentendo dietro di me le grida agonizzanti di mio padre e la voce di Fortegh che diceva di attivare il presunto dispositivo di trasmissione ‘per ucciderli tutti’, non mi ero più voltanto indietro.

         Il caos regnava nella colonia, nei propri quartieri e soprattutto nel porto nuovo dove tutti cercavano scampo, ma che incontravano invece una fine certa. Stranamente non avevo scorto nessuno degli assalitori, che sembravano nonostante tutto, essersi volatilizzati in diversi settori della città, come nel porto vecchio. Con un groppone in gola e nello stomaco, trattenendo a stento le lacrime, non pensai ad altro che a raggiungere la Evantos, con Jeff lì ad aspettarmi. Jeff, buon amico, una volta arrivato in prossimità della astronave ed entrato nella sala delle capsule di salvataggio lo vidi riverso al suolo con gli occhi sbarrati per la paura e con una delle mani infilata nella propria sacca, come se stesse cercando qualcosa. Qualcuno di quei bastardi sanguinari deve averlo inseguito e ucciso nel mentre che cercava di attivare le capsule pensai in quel momento. Ma come avrebbe potuto? Il dispositivo che aveva inventato l’avevo io in tasca, da prima dell’incontro con Tomaz: mi parve in quel momento di averlo ucciso io, e non volevo altro che rimanere lì a piangerlo. Ma Lahnna, fino ad allora nascosta in un angolo buio, emise uno dei suoi singhiozzi, e con estrema fatica indicò l’invenzione di Jeff che avevo in mano.

        Stranamente ora regnava un silenzio paradossale dopo quanto era successo, ma non me ne curai, cercando invece di far funzionare quell’aggeggio. Jeff aveva suggerito che quest’ultimo poteva interfacciarsi con i pannelli della capsule e io conficcai con forza l’uncino, a una delle estremità, dentro tale pannello che si accese, insieme alle capsule, come d’incanto. Infilai Lahnna subito dentro una di queste e digitando il timer per il conto alla rovescia dell’accensione entrai a mia volta in un’altra delle poche capsule funzionanti, o non ancora smantellate e rubate.

       Qualcuno, o qualcosa, aveva prodotto un rumore fuori dalla Evantos, e temevo che uno degli uomini di Fortegh fosse tornato indietro per finire il lavoro. Invece quello che vidi fu molto peggio: un essere terrificante con un pugnale in mano, un cranio ellittico e allungato, dall’aspetto di uno di quei rettili visti negli olovid durante le lezioni in classe. In quel medesimo momento uscirono fuori dalle lamiere della Evantos tutte le capsule di salvataggio funzionanti, e vedendo George Prime allontanarsi sempre più, scorsi stagliarsi nell’orbita di VEGA IV una delle astronavi più colossali e dalla forma stranamente allungata, come la testa dell’essere di poco prima, che avessi mai visto. Con quell’immagine negli occhi mi venne in mente in un soffio di non aver impostato le coordinate delle capsule di salvataggio, le quali, preso ormai dal panico, pensavo sarebbero andate alla deriva per sempre, senza meta nello spazio.

        Quel ricordo è l’ultimo della mia infanzia passata su George Prime e delle mie origini.

 

Wyrd Prime’s Journey continua… [puntata precedente]

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